Studi di Forma - Fiorenzo Mascagna
Studi di Forma - Fiorenzo Mascagna

Design come opera

Ho frequentato l’Accademia diplomandomi in scultura, ma è sul design che avrei voluto fare la mia tesi. Mi fu detto che non era possibile perché il design è un compromesso tra creatività e economia e poco aveva a che fare con lo spirito della scuola; a me quel compromesso piaceva. Sono comunque state opere di design e non di scultura quelle con le quali ho sostenuto gli esami.

Per me il design era allora, e lo è oggi, attualizzazione della forma. Verso la fine degli anni Ottanta  il modo di abitare lo spazio era cambiato. Non vedevo possibilità per quadri formato standard e sculture su piedistalli per pareti e angoli delle sale.

Mi piaceva pensare per lo spazio soluzioni di altro tipo che prevedessero la funzione d'uso, come tavoli, lampade e altro.

Immaginavo l'opera come un fatto architettonico, non come una aggiunta estetica per abbellire lo spazio finito. Il tavolo doveva avere la sua funzione ma essere al tempo stesso opera, il rilievo poteva abbandonare il supporto rigido per essere accolto da  un pannello convesso che prevedesse una illuminazione sul retro. Tutte idee che nell'ambito accademico di allora, votato alla purezza della forma, non trovavano asilo, se non marginalmente.

Poi è successo qualcosa. Quando presentai per l'esame del secondo anno le mie lampade al professore ricevetti una pacca sulla spalla che valse più di mille parole. Potevo continuare a giocare con la mia pinza di legno. Michelangelo Conte mi chiese soltanto cosa avrei voluto fare nel futuro. Risposi candidamente: " Il costruttore di forme".

Non ho mai voluto scegliere tra design e scultura, forse perché queste due entità le ho viste spesso dialogare.  Il doppio binario, che ancora oggi percorro allegramente, ha origini lontane. Devo molto alla comprensione degli insegnanti di allora che mi hanno permesso di sperimentare soluzioni a volte estranee al clima del tutto tondo con il quale mi sarei dovuto misurare.

Già prendere come modella una molletta per appendere i panni  deve essere sembrata una cosa piuttosto strana, ma d'altra parte era stato lo stesso professore a dire che la libertà creativa non risiede nello spazio infinito ma nelle limitate possibilità che ci diamo.

Avevo scelto di utilizzare le geometrie contenute nella pinza che non erano nemmeno poche. Oltre all'orizzontale e alla verticale potevo utilizzare la linea obliqua, il cerchio del ferro e l'ovale.

Per qualche anno ho lavorato con questa idea utilizzando tutto quello che la pinza mi poteva suggerire in termini di geometria e combinazioni.

Sono arrivate le prime lampade e a seguire altri elementi pensati per completare la serie. 

Parallelamente alla scultura su tavola, anche nel design è arrivato il colore con una marcata predilezione per i toni caldi. Spesso si è trattato di laccature, altre volte il legno tinto si è imposto con le sue venature.

Quando all'inizio non avevo ancora padronanza con il legno utilizzavo la pietra dorata che mi offriva insieme al tono caldo delle belle venature di ferro sula sabbia gialla.

Con la pietra dorata ho realizzato la cappella delle maestre pie Filippini  a Castel Giorgio in provincia di Terni.

Da questa esperienza è nata l'idea di rendere la pietra leggera.

Il tempo è servito per affinare la tecnica ma non per mutare concezione sulla forma. Molti lavori dei primi anni Novanta sono stati rivsitati per attualizzarli nel colore o per renderli più pratici e leggeri.

Pensavo che li avrei stravolti ma questo non è capitato perché, a parte le inevitabili imperfezioni tecniche, non ho trovato da correggere molto.

 

Come tanti, mi circondo di carta, matite ed i consueti strumenti per il disegno, ma poi mi sorprendo a tagliare con le forbici cartoni o incollare pezzi di legno. Questo atteggiamento mi porta a dire che il mio è un design senza disegno. Come per la scultura monumentale, quando è necessario, costruisco modelli, altre volte mi è  sufficiente fare uno schizzo veloce magari sopra la stessa tavola che sto lavorando.

Non ho un pensiero figurativo ma un discreto pensiero plastico che mi consente di vedere gli oggetti nella mia mente prima di realizzarli in pietra o in legno. E' probabilmente questo il motivo che mi porta a fare a meno del disegno. Lavoro sul piano realizzando sagome di cartone che poi ritaglio.

Mi piace avere un rapporto diretto con la materia: costruire forme partendo da un'esigenza concreta come dare un vaso ad una pianta o mettere un tavolo dentro una stanza. 

Si possono fare tanti giri di parole attorno al design, ma alla fine design vuol dire trovare una soluzione sostenibile  e esteticamente valida.

Il compromesso tra esteticità e funzione corrisponde al  punto di equilibrio che rende un oggetto necessario perlo spazio ma anche per la mente.

L'oggetto può avere qualunque dimensione e corrispondere a una esigenza che vada oltre l'elemento d'arredo. Di recente ho realizzato dei leggii da tavolo in piu versioni per favorire il movimento oculare in fase di lettura.

Anche le mie pubblicazioni di pregio sono costruite per assolvere a una funzione. Si tratta di libri cuciti a mano che restano spalancati sopra il leggio. Questo mi porta a dire che il design è libero da pesi materici perché appartiene a tutti i materiali e non ha vincoli di alcun tipo.

 

 

Si tratta sempre di sfide da accettare anche quando la funzione con la quale ci si misura non corrisponde alla propria naturale inclinazione. Mi è certamente più facile collocare un elemento di arredo dentro una stanza ma non saprei dire di no ad alcun oggetto che corrisponda a una esigenza d'uso dove poter mettere qualcosa di mio.

Poter scegliere i materiali che servono per realizzare un oggetto mi rende libero da vincoli prestabiliti. E' sempre la forma a scegliere l'abito da indossare e lo scultore designer deve poterglielo dare.

Essere artigiani di un solo materiale non è la risposta giusta da dare all'idea che per salvare la propria dignità chiede coerentemente di essere  assecondata in consistenza e colore. Si è operai delle proprie idee per questo motivo.

In qualche modo è sempre una festa quando più materiali partecipano alla costruzione di un oggetto. Questa chiassosità festante si sente ancor prima che l'opera giunga a compimento. Nel laboratorio si alternano strumenti: il metallo si mescola al legno, la pietra attende le verniciature e alla fine quando tutti gli elementi sono pronti per dialogare ci si accorge di essere degli intrusi perché l'opera si è composta da sola.

Le forme vuote hanno il loro fascino perché a sostenerle è l'aria. Mi piace pensare che quel giorno di sole di dieci anni fa sia finito dentro questo tavolo nato per accogliere un cristallo di quasi due metri. E' l'aria contenuta all'interno dell'oggetto che consente rigidità alla materia. Quindi anche il nulla partecipa alla costruzione dell'idea.

Guardo la parete del mio studio e non posso non accorgermi che sopra il mobile del 2010 c'è appesa una lampada del 1990, uno specchio del 2000 e che il piano accoglie una scultura fatta l'altro giorno insieme a un lume di 5 anni prima.

Io stesso penserei che questi oggetti siano nati nello stesso tempo, ma evidentemente non è così: mi piace però pensarlo. Vuol dire che il principio di armonia che guida le scelte va oltre gli anni. E' questa unità di pensiero che tiene insieme 30 annidi lavoro messi addosso a una parete. Significa che si sono aggiunte cose senza stravolgere nulla e questo mi piace.

Fare di un luogo un altro luogo è architettura, ma quando il design determina il carattere dello spazio, è lo stesso design che modella la trasformazione. In casi come questo si tratta di più elementi che dialogano tra loro. E' la ritualità ad assegnare i ruoli che gli oggetti vanno a interpretare.

Di queste continue oscillazioni tra  il piccolo e il grande  vive il design. 

Studio: via Sant'Egidio 11 Viterbo

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